In questi giorni ho parlato molto di aborto, sia su questo blog sia su altri (mammenellarete, licenziamentodelpoeta). Ho affrontato con la mia solita caparbietà un sacco di discorsi teorici che mi piacciono tanto e che continuo a ritenere molto utili, benché faticosi. Così, piano piano, ho capito che la questione fondamentale è l’amore per la vita, nel suo legame con la solitudine delle donne. Solo Giuliano Ferrara rileva o considera centrale l'amore per la vita. Delle donne invece si occupano molti altri oltre a lui. Con una differenza però: l’ottica in cui viene inserito il tema della solitudine. Ma andiamo con ordine. Vi propongo un piccolo percorso: si parte con la filosofia, filosofia spicciola se volete, e si arriva a questioni più pratiche, private, sociali, politiche, civili.
Prima tappa: che cosa significa amare la vita? Può sembrare inutile chiederselo, perché pare ovvio che tutti amino la vita. Le donne che abortiscono odiano forse la vita? No. I medici che praticano gli aborti odiano forse la vita? No. E allora? Allora comincio col dire che parlare di amore per la vita può aiutare a mettere qualche punto fermo in tempi come i nostri, tempi di dubbio universale, dove sembrano esistere solo opinioni e nessuna verità, dove imperversa il “tutto è relativo”. Invece non tutte le questioni sono opinabili, alcune sono certe. Esempio: l'amore ci apre al futuro, mentre il suo contrario, l'odio, no. Pensate anche alla vostra esperienza e alle persone che conoscete. Quando si ama si è più sensibili alla speranza, si guarda sempre al futuro, perché il futuro è il luogo dove il nostro amore chiede di vivere e di dare i suoi frutti. Quando si odia, invece, no. La nostra attenzione è tutta concentrata esclusivamente sull’oggetto del nostro odio, le energie sono concentrate sull’obiettivo di arrecargli svantaggi, danni, o addirittura eliminarlo. Sono riduzioni all’osso, forse un po’ brutali, ma aiutano a fare chiarezza contro chi vuole confondere le carte in tavola.
Seconda tappa: assodato che le donne che abortiscono non odiano la vita, prendiamo l’aborto come atto in sé e modifichiamo leggermente la domanda. Chiediamoci una cosa diversa: l’aborto in sé è un atto a favore o contro la vita? La risposta è ovvia: contro. Badate, la mia non è una manovra scorretta per aggirare il problema, e anche i più scettici lo capiranno se avranno la pazienza di seguirmi. Proseguiamo. Se l’aborto è un atto palesemente contro la vita, chiediamoci perché allora è così difficile dire a noi stessi, e men che meno in un dibattito pubblico, tale semplice verità. Abbiamo paura di offendere le donne che abortiscono, di dare loro delle assassine? È una paura legittima, e in certi casi bisogna esprimersi con delicatezza infinita. Ma è vero anche che bisogna dire le cose come stanno, non nasconderle. Altrimenti finisce che certe verità elementari vengano rimosse dal discorso pubblico, il che è sempre un male.
Terza tappa: se accettiamo che l’aborto in sé è un atto contrario alla vita, il passo successivo non può che essere una cultura che difende la vita e dunque si schiera di principio contro l’aborto. Si badi che tale posizione non è affatto inconciliabile con il mantenimento della legge 194. La legge si può benissimo tenere, ma nello stesso tempo si può dissuadere le persone dall’avvalersene. Dunque la posizione che si delinea è questa: l’aborto è legale e deve rimanere legale, ma andrebbe sempre scongiurato con tutte le nostre forze, in quanto atto contrario alla vita.
Come? E qui arriviamo alla quarta tappa, le donne. Qual è il vero problema delle donne, riguardo all’aborto? Ragioniamo. Ci sono eventualità estreme: stupri o donne minorenni, per esempio. Poi ci sono eventualità più comuni: questioni economiche, malattie o handicap del nascituro, gravidanze non volute, per esempio. Qual è il punto in comune in moltissimi casi per la donna? La solitudine. Per stupri o donne minorenni la cosa è talmente evidente che non va spiegato nulla. Negli altri casi invece, anche supponendo l’esistenza di una coppia, succede spesso che la donna si trovi a scegliere da sola. Vuoi per decisione della donna stessa, vuoi per menefreghismo o vigliaccheria dell’uomo. Ma che sia lei a non voler coinvolgere l’uomo, o che sia l’uomo a eclissarsi, la realtà è sempre la stessa: la donna rimane sola con la sua scelta perché si pensa che solo lei possa scegliere.
Ultima tappa: la cultura e la politica. Le conquiste sociali del femminismo sono motivo d’orgoglio non solo per le donne, ma per tutto l’occidente. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di considerare anche l’altra faccia della questione con un po’ di onestà: per le donne, essere libere vuol dire troppo spesso essere sole. Ed essere sole vuol dire troppo spesso essere senza alternative. Attenzione: questo discorso non si applica solo alle immigrate povere, ma anche alle italiane benestanti. Chi nasconde questo aspetto della faccenda mente a se stesso e alle donne.
Conclusione: il primo messaggio da diffondere è che già oggi c’è sempre un’alternativa all’aborto. Si può sempre far nascere il bambino e non riconoscerlo. Naturalmente questo presuppone che si potenzino le politiche a sostegno di una tale scelta. Fornire aiuti economici e psicologici alle donne, costruire più asili per i nascituri, favorire l’adozione. In altre parole: non lasciando la donna da sola.