Più ci penso - anche grazie ai miei viaggi mattutini in bicicletta, a post come quelli di Ernesto Aloia e di Franco Bungaro e a libri come “Le promesse della bellezza” di Stefano Zecchi (2006) - e più mi convinco che la disperazione non è l'unico esito possibile per l'infelicità o per il dolore. E che la bellezza non sia condannata a rimanere in esilio per sempre da questo mondo. Certo oggi è un momentaccio per i sentimenti, le virtù, i valori alternativi al disvalore del brutto, alla disperazione, alla volgarità, al cinismo. Sembra che tali alternative si divertano a nascondersi tra le pieghe di una realtà indecifrabile e ostile.
C’è da chiedersi dove cercare la bellezza e la speranza, e come. E’ un discorso lungo, anzi sterminato, qui non posso che procedere a spizzichi e bocconi, puntata dopo puntata, senza sistematicità.
Comincio col dire che io non so dove siano esattamente. Sarebbe presuntuoso oltre il limite della mia pur conclamata presunzione. Diciamo che le sto cercando e desidero condividere i criteri con cui porto avanti la mia ricerca.
Detto questo, partirei da due idee che riguardano il bello.
Prima cosa, non affidarsi solo alle definizioni. Di qualunque tipo esse siano, ma soprattutto se pretendono di essere esaustive. Conoscere quelle contenute nei manuali e nei libri di filosofia può servire per usarle come pietre di paragone, per giudicare se vanno bene o no ancora oggi, ma mai come le userebbe un burocrate nello stilare un documento ufficiale.
Altro concetto è che è necessaria una educazione al bello, come parte della formazione della persona. Non perché tutti debbano o possano diventare artisti, ma perché saper guardare è già un’arte, ed è un’arte profondamente democratica.
(continua)